Accordi Italia-Libia

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Dal carcere di Saydnaya alla nascita di Rim.

Omar è un ragazzo sir­iano di 34 anni prove­niente dalla città di­ Hamā. Quando nel 201­1 sono cominciate le ­prime manifestazioni ­contro il regime del ­presidente Bashar al ­Assad, lui ne ha pres­o parte e, una notte,­ la cosiddetta “poliz­ia politica” è entrat­a nella sua casa, l’h­a messa sottosopra, l­’ha arrestato e porta­to dentro il carcere ­militare di Saydnaya,­ un carcere molto fam­oso per le atroci tor­ture anche prima della rivoluzione del 2011.

Dentro questo car­cere, lui ha subito n­umerose torture corpo­rali, ma quella che r­itiene essere stata u­na delle peggiori tor­ture non è stata una ­tortura fisica, ma ps­icologica ed è stata ­quella di sentire le ­urla di una ragazza s­iriana della città di­ Homs. Questa ragazza­ si chiama o si chiam­ava Rim. Così ogni du­e/tre giorni Omar sen­tiva voci sarcastiche­ che chiamavano “Anse­ Rim?”. ‘Anse’ per di­re “Signorina Rim?”. ­Cercavano di umiliarl­a anche nel chiamarla­ ‘Signorina’. Le urla­ di Rim erano la pegg­iore tortura che pote­sse subire Omar, sent­ire le grida di una r­agazza che viene ripe­tutamente violentata.­ Dopo un paio di mesi­, Omar scopre che que­sta ragazza ha un fig­lio dentro lo stesso ­carcere e che lei qua­ndo ci è entrata era ­sola. Intuisce subito­ che questo bambino e­ra figlio di qualcuno­ lì dentro. Era il fi­glio della violenza. ­Lui sapeva che quel f­iglio non era figlio ­di nessuno e che solo­ lei poteva dire “Que­sto è mio figlio”. Om­ar inizia a convincer­si di quella che era ­la sua missione. 

(Disegno di Mohamad Hamdoun)

Se u­n giorno lui fosse us­cito dal carcere prim­a di Rim, la sua miss­ione sarebbe stata qu­ella di urlare al mon­do il nome di Rim, ra­ccontare che Rim è de­ntro quel carcere, do­ve puntualmente viene­ violentata e dove ha­ partorito il figlio ­della peggiore disuma­nità esistente.

(Usate i vostri telefoni e scrivete Sednaya Military Prison scoprirete quanta e’ la distanza che vi separa da Rim)

Quando, dopo circa un­ anno, Omar è uscito ­dal carcere è come se­ fosse riuscito a rea­lizzare in parte il s­uo sogno in un altro ­modo, perché ha incon­trato nuovamente sua ­moglie e il loro bamb­ino che nel frattempo­ si erano trasferiti ­da Hamā a Damasco all­a ricerca di maggiore­ sicurezza. Dopo qual­che mese, la moglie g­li dice che stavano a­spettando un altro ba­mbino e lui, feliciss­imo della notizia, le­ dice che se fosse st­ata una bambina, avre­bbe dovuto portare il­ nome di Rim. Quando la moglie gli chiede ­la motivazione, appre­nde per la prima volt­a da Omar l’intera st­oria di Rim nel carce­re di Saydnaya. Dopo ­nove mesi nasce Rim, ­perché era una bambin­a. La situazione in S­iria diventava sempre­ più difficile e lui ­aveva sempre più paur­a di un arresto anche­ dentro Damasco. Dopo­ l’anno in carcere, O­mar continuava ad ave­re il terrore di esse­re arrestato per qual­siasi motivo e di ess­ere obbligato a imbra­cciare le armi e a se­rvire il Regime. Per ­cui, ha cercato in qu­alsiasi modo di conta­ttare le Ambasciate p­er richiedere i visti­ per poter lasciare l­a Siria insieme alla ­sua famiglia, ma è st­ato tutto vano. Alla ­fine, Omar si è reso ­conto che per arrivar­e in Europa, esisteva­ solamente il mare. E­sistevano le mafie ch­e organizzavano le ba­rche per arrivare in ­Europa. A questo punt­o decide di andare in­ Libano per cominciare questo viaggio, ma ­non vuole assumersi l­a responsabilità di p­ortare con se la mogl­ie e i suoi due bambi­ni in un viaggio così­ pericoloso. Quindi, ­decide di partire da ­solo nella speranza d­i chiedere in seguito­ un ricongiungimento ­familiare con la mogl­ie. Arriva in Libano,­ rimane lì per un per­iodo di tempo, dopodi­ché riesce a raggiung­ere la Turchia con un­ volo aereo verso l’a­eroporto di Ataturk, ­a Istanbul. Da qui va­ verso Izmir e inizia­ a cercare uno scafis­ta che lo faccia part­ire verso la Grecia. ­Omar affronta il viaggio in mar­e e arriva a Samos, i­n Grecia, dove cominc­ia il secondo calvari­o e dove i suoi sogni­ si spezzano definiti­vamente. Quando arriv­a in Grecia purtroppo­ avevano già chiuso l­a frontiera e si ritr­ova bloccato come tan­tissime altre persone­ che erano arrivate p­rima di lui. Vive per­ tanti giorni nel cam­po profughi di Idomen­i, si arrende come tu­tti gli altri e viene­ trasferito verso alt­ri campi profughi in ­Grecia. Attualmente l­ui si trova ancora in­ Grecia, dove ha fatt­o la richiesta di rel­ocation ed è ancora i­n attesa di risposta.­ Le torture che Omar ­ha subito sono state ­veramente tante e nel­l’ascoltarne la descr­izione si rimane incr­eduli come davanti a ­un film di fantascien­za. A volte si arriva­ a pensare che la per­sona che ti sta racco­ntando le torture pat­ite abbia perso del t­utto il contatto con ­la realtà, ma poi ti ­rendi conto che ha vi­ssuto concretamente u­na realtà che per chi­ non vive in un conte­sto di guerra sembra ­fantascienza.

Omar ancora oggi cont­inua a dire “Io vogli­o dire al mondo inter­o che Rim è lì dentro­”.
L’augurio che gli si ­può fare è che lui ri­esca un giorno ad arr­ivare in Germania dov­e ha alcuni amici e c­ugini non per salvare­ la vita di Rim che è­ dentro quel carcere ­nell’ipotesi che sia ­ancora viva , ma per salvar­e la seconda vita che­ è quella di sua figl­ia Rim che si trova t­uttora a Damasco insi­eme alla mamma e al s­uo fratellino.

Raccontato da: Nawal Soufi

Scritto da: Maria Teresa Rizzo

Historia de Basel Azzam

(Versione spagnola)
“Que la paz descienda sobre ti, como estás Mama Nawal?” Este es el mensaje que Nawal recibe de parte de Basel. “Estoy bloqueado en el aeropuerto de Ataturk, Estambul”. Era el 29 de febrero de 2016.

La historia de Basel empieza el 27 de noviembre de 2015.

Desde Beirut coge un avión y llega a Ataturk, aeroporto de Estambul,a las 3 de la madrugada. Estaba en tránsito para luego llegar a Russia. Quería probar la ruta de Rusia para poder llegar a Europa; allí, en Suecia, viven sus padres. El huía de Siria y era sirio-palestino. Su vuelta a Siria habría significado pena de muerte segura. De hecho había desertado el ejército y no quería ser parte del conflicto armado en curso y no quería servir al régimen de Assad. Llegado al aeropuerto intentó dormir unas horas porque tenía el avión a las 8 de la mañana. Alguien le había robado el pasaporte y los 4.000 dólares que llevaba consigo, que servían para seguir el viaje hacia Suecia. Se fue a la policía para intentar explicarles lo que le había pasado, pero ningún policía hablaba inglés y él hablaba inglés bien.

La policía decidió devolverle al Líbano, a Beirut, el aeropuerto desde el cual había salido. Había sido víctima de violencia, de hecho dos policías turcos le habían pegado. En Beirut la policía de frontera lo tuvo detenido en una habitación y después le llevaron de vuelta a Turquía. En Turquía Basel decidió pedir protección internacional dentro del aeropuerto, pero después de 15 días llegó el deniego. Le comunicaron que dentro de 15 días habría sido llevado a Líbano. El tenía miedo que el Líbano le devolviese a Siria, donde le habrían seguramente matado. Un abogado de la UNHCR intentó ayudarle, pero la ayuda fue inútil y los turcos le detuvieron durante 5 meses en una pequeña habitación junto con otros 25 chavales africanos, encerrados allí dentro sin ver la luz del sol desde hace un año.

El 4 de marzo de 2016 Basel le comunica a Nawal que lleva seis días en huelga de hambre, y le había dicho a los guardias que habría hecho también huelga de sed. Quería pedir ayuda a todas las organizaciones humanitarias y le pidió a Nawal que lo hiciese por él. Basel no había cometido ningún crimen, solo había deseado un futuro mejor. El 18 de marzo Basel fue repatriado desde Turquía hacia Siria, un país no seguro para él, en Idlib. Estaba bien y por fin era libre, no obstante todo lo que pasaba en Siria. El 28 de agosto de 2016 un amigo de Basel le comunica a Nawal que Basel había muerto víctima de unos bombardeos rusos en Siria.

Escrito por/scritto da: Alessandra Calvi
Contado por/raccontato da: Nawal Soufi
Traducido por/tradotto da: Giovanna De Luca

La storia di Ahmad e Rahma.

Oggi (25/10/2016) dopo aver fatto un’accoglienza e aver accompagnato dei ragazzi che stanno per partire da Catania per Milano, mi sono avviata verso un locale; un locale di kebab, couscous e altro cibo etnico. Qui ho incontrato per caso un amico e con lui un ragazzo che mi sembrava avere un volto famigliare. L’ho guardato senza ricordarmi chi fosse ma poi, parlando con lui, i miei ricordi iniziavano a riaffiorare con le stesse emozioni di allora. 
Mi ha raccontato del nostro primo incontro: lo sbarco del 3 giugno 2016. Questo é per me un ricordo doloroso di un drammatico e terribile naufragio i cui sopravvissuti sono stati portati in Italia da una nave norvegese. 

Ahmed, il ragazzo egiziano che mi stava parlando, è arrivato in italia con una bambina: Rahma, egiziana come lui! Ha continuato a raccontarmi del naufragio: la barca si stava ribaltando, si sentivano molte urla, pianti e preghiere e la speranza di essere salvati si univa alla disperazione. Ahmed cadde in acqua, circondato da corpi di madri, bambini e uomini. Poi Ahmed sentì un urlo più forte di tutti gli altri: “AMM AHMAD”. Istintivamente allungò una mano e strappò un corpicino dalla voracia del mare: era Rahma. Si abbracciavano tra lacrime miste a sale e Rahma si aggrappava a quel cuore amico. Il suo sguardo cercava la mamma e i fratellini, scomparsi dalla sua vista.

Il racconto di Ahmed si era interrotto un attimo e lui era uscito per un momento da quelle urla, dal senso di colpa per non aver salvato tutti. Era ritornato a raccontare quel dramma e mi stava parlando di come ha salvato anche Amira, la cugina di Rahma. Come in molti altri casi, Amira é l’unica superstite della propria famiglia, orfana di madre, padre e di 4 fratellini, tra i quali, il più piccolo di un anno. In famiglia é lei la più grande avendo 11 anni. Amira, che in arabo significa principessa, é stata consegnata alla marina egiziana dopo il naufragio ed é stata riportata in Egitto. Amira, la piccola principessa, è tornata in Egitto. 
Lo sguardo di Ahmed era ancora lontano. Io lo guardavo e vivevo con lui quelle emozioni, i nostri cuori battevano all’unisono, le sue parole si erano interrotte soffocate dal ricordo di Rahma. La bambina le era stata donata dal destino: una bambina molto intelligente, consapevole di quello che aveva vissuto, una piccola donna che ha incontrato la morte dei propri cari. Le restava solamente il padre che era stato però riportato in Egitto. Ahmed ricorda ancora la vocina di Rahma alla partenza per l’Europa, diceva a suo padre: “Io voglio partire con ‘Amm Ahmed ( ‘amm * zio), voglio fingere che sia mio padre”. Così, tra giochi e risate, si era creato tra i due un grande legame affettivo.
Ahmed, che ha circa 24 anni, ha continuato a raccontarmi la storia di Rahma la quale si era molto affezionata a lui. Mai avrebbero pensato che sarebbe potuto accadere quello che é successo in mare! 
Ahmed aveva consigliato al padre di Rahma di tornare con un’altra barca non esistendo altra alternativa o via legale per il viaggio della speranza o della disperazione. Ahmed nel frattempo si era preso cura di Rahma in attesa del ritorno del padre con il quale comunicava per telefono ancora tra lacrime e speranze. Dopo diverso tempo, finalmente, il padre di Rahma era tornato ed era riuscito a riabbracciare la sua bambina, unica rimasta della sua famiglia annegata in quell’immenso mare divoratore di vite disperate .
Ahmed mi ha raccontato di un episodio che lo ha colpito particolarmente: una domanda che Rahma ha fatto a suo padre durante una telefonata: “Papà, perché hai pagato tutti quei soldi per farci partire e per vedere morire la mamma e i miei fratelli?”. 
Quella vocina, quelle parole dirette, riecheggiano ancora nel cuore spezzato di Ahmed, nel mio cuore, nel cuore del mondo che calpesta l’umanità! La vocina di Rahma, di tante Rahma, Ahmed, Amira che urlano nell’aria… BASTA!! 

Raccontato da: Nawal Soufi 

Scritto da: Nefissa Labidi

Mohammad dall’assedio di Homs a Idomeni.

“Dentro Homs avevo un letto anche se eravamo sotto le bombe ma qui … vivo in una tenda fredda sopra un cartone raccolto per strada” 

Mohammad è un ragazzo siriano di 22 anni, della città di Homs. La sua città è rimasta sotto assedio per circa tre anni. In città non arrivava nulla, si cercava di mangiare da quello che si coltivava in casa. L’ho incontrato ad Atene durante il mio viaggio in Grecia. Ci siamo incontrati in una sala d’attesa nel porto di Atene. Ci siamo seduti per terra e abbiamo mangiato insieme dei panini. C’erano dei volontari che hanno distribuito del tè caldo. Mohammad sorrideva in continuazione, sorrideva, ma non riuscivo a vedere felicità in quel sorriso. Ho iniziato a chiedergli come era arrivato e quello che aveva passato. Ha cominciato così a raccontare: “dopo che hanno ucciso mio fratello, ho capito che non c’era più spazio per me in Siria”.

“Sapevo che uscendo dalla Siria, avrei arrecato meno danni alla mia famiglia, perché continuavo a voler manifestare, dire la parola LIBERTA’ per strada e questo sarebbe costato la vita.” Sua madre gli ha detto così di andare via dalla Siria. Ha venduto quello che lei possedeva per farlo fuggire dalla Siria. Mohammad è inoltre nel periodo di leva, in cui devi fare il militare, a maggior ragione se si è in guerra. Lui non voleva uccidere nessuno, quindi ha deciso di andare via. 

Quando ci siamo incontrati erano proprio i giorni in cui si decideva di chiudere la frontiera e la rotta balcanica. È arrivato a Idomeni, dove faceva molto freddo e ha vissuto molto tempo in un distributore di benzina lungo l’autostrada che porta verso il confine di Idomeni. Aveva finito i soldi e non aveva neanche un centesimo in tasca ed era anche fumatore, chiedendo le sigarette agli amici. Di mestiere Mohammad fa il parrucchiere e lo faceva anche al distributore di benzina. Così ha iniziato a guadagnare qualcosa per comprare le sigarette e del cibo. Lui ha continuato a resistere, ma un giorno hanno lanciato molti lacrimogeni contro di loro e allora si è arreso. “Per me è morta l’umanità”: questo ha detto. “Sono fuggito da Homs per trovare un mondo migliore e mi sono ritrovato ai confini di un paese che usa i lacrimogeni anche in presenza di bambini, di neonati e di donne incinte.” Così lui ha accettato di andare nei campi profughi greci. Ha fatto la richiesta per la relocation e sta aspettando che qualche paese europeo accetti di prenderlo. 

“Sono un ragazzo, posso lavorare, posso studiare, posso mantenere la mia famiglia, posso realizzare i miei sogni. Però nessuno me lo permette, sono qui in una prigione a cielo aperto. Vivo in una tenda, dormo sui cartoni. Ogni volta quando piove stiamo tutti in piedi e cerchiamo di coprirci.” 

Ultimamente li hanno portati in una struttura, ma la situazione non è cambiata molto. Ha fatto un primo colloquio per la relocation e spera di partire tra tre/quattro mesi. Ha perso le speranze in questi giorni e cerca qualcuno che lo riporti in Turchia, ma questo è una cosa illegale e non avendo documenti non si può neanche tornare indietro. 

Foto: gara di nuoto tra Mohammad e i suoi amici.
“io non ho paura del mare e a volte vado con i miei amici a nuotare”. Questo mare mi ha regalato dei momenti di gioia mentre ero sul gommene sperando di trovare un mondo migliore” 

Questa settimana è stato invitato da persone che hanno chiesto la relocation e che risiedono in un hotel.

E dopo un pranzo e una doccia la sua vita e’ tornata alla normalita’ per qualche ora.

Raccontato da: Nawal Soufi

Scritto da: Francesca Calvi

La historia de Ahmad y Rahma.

Hoy (25/10/2016) después de haber acogido y acompañado unos chicos que salían desde Catania rumbo a Milán, me he ido hacia un local, un local de kebab, cuscús  y comida étnica. Por casualidad he encontrado a un amigo, con él había un chico cuyo aspecto me resultaba familiar, le miraba sin recordarme quien fuese, hablando con él, mis recuerdos volvían  con las mismas emociones que en aquel entonces, él me empieza a contar nuestro primer encuentro: el desembarque del 3 de junio de 2016, el recuerdo doloroso de un dramático naufragio, salvados por un barco noruego! Ahmad es un joven egipcio, ha llegado a Italia con una niña, Ramha, también egipcia . 

La barca volcaba, habían  muchos gritos, lloros, rezos, esperanza. Ahmad era empujado hacia un cuerpo y luego hacia otro, cuerpos en la mar, madres, niños, hombres, un grito más fuerte que los otros le rasga el corazón: “AMM AHMAD”, él alarga la mano y sustrae a aquel pequeño cuerpo de la voracidad de la mar, se abrazan entre lágrimas mezcladas a la sal, Ramha,  agarrada a aquel corazón amigo, su mirada busca a su madre y a sus hermanitos, que ya no alcanzaba a ver! Ahmad vuelve aquí,  delante mío, sale durante un instante de aquellos gritos, del sentido de culpabilidad por no haberlos salvado a todos, sigue contando, vuelve a aquel drama, en el cual también salva a Amira, la prima de Rahma,  ella también única superviviente de su familia, ella también huérfana de madre, padre y cuatro hermanitos entre los cuales, el más pequeño, de tan sólo 1 año; ella la mayor, de 11 años. Amira, pequeña Amira, nombre que significa princesa, entregada a la Marina egipcia. La princesa ha vuelto a Egipto . La mirada de Ahmad sigue lejos. Yo le miro y vivo con él aquellas emociones, nuestros corazones laten al unísono, sus palabras se interrumpen ahogadas por el recuerdo de Rahma, niña que le ha sido donada por el destino,  muy inteligente, consciente de lo que ha vivido, una pequeña mente aún inmadura, pero ya una pequeña mujer que ha vivido la muerte de sus seres queridos, le quedaba el padre, pero ha sido llevado a Egipto! Ahmad recuerda la voz tenue de Rahma mientras se iba, le decía a su padre: yo quiero irme con ‘Amm Ahmad (’Amm *tio), quiero fingir y hacer que sea mi padre, y entre juegos y risas se había creado un gran lazo afectivo. Ahmad, un chico de alrededor de 24 años, sigue contándome la historia di Rahma. Ella le había cogido mucho cariño, nunca recordaban lo que había pasado en la mar! Ahmad le había aconsejado al padre de Rahma que volviese en otro barco, no había otra esperanza o vía legal para el viaje de la esperanza o de la desesperación. Ahmad, querido Ahmad, había tenido a Rahma consigo esperando que volviese su padre! Con el padre de Rahma se comunicaban por teléfono aún entre lagrimas y esperanzas. Después de un tiempo, el padre de Rahma había vuelto, por fin podía volver a abrazar a su niña, la única que le había quedado de toda su familia que se había ahogado en aquel inmenso mar devorador de vidas desesperadas. El reencuentro de Rahma con su padre ha sido un medio final feliz, pero una pregunta que le hizo Rahma a su padre por teléfono me chocó mucho: ¿papa, porque has pagado todo aquel dinero para que nos fuésemos y viesemos  morir a mi madre y a mis hermanos? Aquella voz tenue, aquellas palabras directas aún hacen eco en el corazón roto de Ahmad, en mi corazón y en el corazón del mundo que pisa la humanidad! La voz de Rahma, de muchas Rahma, de Ahmad, de Amira que gritan en el aire….Basta ya!
Escrito por/scritto da: Nefissa Lebidi

Contado por/raccontato da: Nawal Soufi

Traducido por/tradotto da: Giovanna De Luca.

Basel Azzam rimpatriato dalla Turchia alla Siria.

“Pace su di te, come stai Mama Nawal?”: questo è il messaggio che Nawal riceve da Basel. “Sono bloccato all’aeroporto di Ataturk, Istanbul”. Era il 29 febbraio del 2016. ​ La storia di Basel comincia il 27 novembre 2015. Da Beirut prende un aereo ed arriva ad Ataturk, aeroporto di Istanbul, alle 3 del mattino. Aveva un transito per poi andare in Russia. Voleva provare la rotta della Russia per poter arrivare in Europa, dove risiedono i suoi genitori in Svezia. Lui scappava dalla Siria ed era un siro-palestinese. Il suo ritorno in Siria avrebbe significato la pena di morte sicura. Aveva infatti disertato l’esercito e non voleva essere parte del conflitto armato in corso e non voleva servire il regime di Assad. Arrivato in aeroporto ha cercato di dormire qualche oretta perché aveva l’aereo alle 8 del mattino. Qualcuno gli aveva rubato il passaporto e i 4000 dollari che aveva con sé, che servivano per continuare il viaggio verso la Svezia. Andò dalla polizia e cerca di spiegare loro quello che era successo, ma nessun poliziotto parla inglese e lui parlava inglese bene. La polizia decise di riportarlo verso il Libano a Beirut, l’aeroporto da dove lui era partito. È stata usata violenza contro di lui, infatti due poliziotti turchi lo avevano picchiato. A Beirut la polizia di frontiera lo tenne detenuto in una stanza e dopo di che lo riportarono indietro in Turchia. In Turchia Basel decise di chiedere protezione internazionale all’interno dell’aeroporto, ma dopo 15 giorni arrivò il diniego. Gli venne comunicato che dopo 15 giorni sarebbe stato riportato in Libano. Lui temeva che il Libano lo riconsegnasse alla Siria, dove lo avrebbero sicuramente ucciso. Poi un avvocato dell’UNHCR ha cercato di aiutarlo, ma l’aiuto è stato vano e i turchi lo hanno tenuto rinchiuso per 5 mesi in una piccola stanza insieme ad altri 25 ragazzi africani, rinchiusi lì dentro la stanza senza vedere il sole da un anno intero. 

Il 4 marzo del 2016 Basel comunica a Nawal che è da sei giorni che è in sciopero della fame, e aveva detto alle guardie che avrebbe fatto anche sciopero della sete. Voleva chiedere aiuto a tutte le organizzazioni umanitarie e chiese a Nawal di fare questo. In fondo Basel non aveva commesso nessun reato, aveva solo sperato in un futuro migliore.

 Il 18 marzo Basel è stato rimpatriato dalla Turchia alla Siria, un paese non sicuro per lui, a Idled. Stava bene e finalmente era libero, nonostante tutto quello che succedeva in Siria. 

Il 18 agosto del 2016 un amico di Basel comunica a Nawal che Basel è morto sotto dei bombardamenti russi in Siria.

Scritto da Alessandra Calvi.

Raccontato da Soufi Nawal.